IMAGINE, la percezione dell’immagine che cambia

IMAGINE, la percezione dell’immagine che cambia

Tano Festa, Michelangelo Pistoletto, Giosetta Fioroni, Mimmo Rotella, Mario Schifano, Fabio Mauri, Domenico Gnoli, Jannis Kounellis, sono alcuni degli artisti che – individuati dal curatore Luca Massimo Barbero per il Peggy Guggenheim Museum di Venezia –  ci consentono di leggere la mostra Imagine al di là di un rapporto fenomenologico sull’interpretazione dell’immagine tra il 1960-1969

Una nuova immagine, che tra storia e memoria, futuro e sperimentazioni mediatiche ready-made, tra fototografia e tecniche pittoriche andrà, via via, strutturandosi come immagine guida di scambio’ tra tre tipologie di immagini: quella immaginata, l’ immagine della realtà e l’immagine dell’interpretazione come processo di mass-communication.

L’era della comunicabilità e dell’enunciazione nell’arte contemporanea essendosi resa globale e glocale, prosegue il frutto del lavoro dei suddetti artisti nel corso degli anni ’80-’90.

Anni cruciali, che vedono lo sviluppo dell’immagine esaurirsi, sempre più, dallo stile allo style. Correnti artistiche che, venendo meno al principio di ‘idea comune dell’immagine‘, fanno della ‘figura’ un laceramento dei connotati somatici: DNA sparsi tra le egemonie delle credenze e del baglio culturale in possesso di ogni artista.

Giosetta Fioroni in Particolare della nascita di Venere (1965) apre, ad esempio, ad un azzeramento del volto inteso come un “ammutinamento della fisiognomica”. La Venere di Sandro Botticelli, uscendo dalla propria purezza e forma paratattica dallo stato originale della tempera conservata agli Uffizi, diventa, nella rivisitazione fioroniana, frammentazione dinamica del tempo, dell’ondeggiamento convulso di un dinamismo foto-enunciante. I fratelli Bragaglia nel 1911 con il loro Fotodinamismo, avevano introdotto il concetto di ‘lacerazione multisfaccettata dell’immagine’.

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E dove è finita la funzione dell’immagine pop inaugurata da Andy Wharol?
In mostra viene presentata l’opera Posso? (1963-1965) di Mimmo Rotella, fondamentale per l’analisi dell’immagine dell’oggetto quotidiano. La car come oggetto, presente nell’immaginario collettivo della Beat Generation, si consolida negli anni ’60 in forme readymade con l’Heavy Metal, grazie al contributo di Johan Chamberlain nella scultura rottamante Cà d’oro (1964), e in Car Crash painting (1963) di Andy Warhol: denuncia sociale sugli incidenti automobilistici.

Jannis Kounellis in Rosa bianca (1967), completa questa prima indagine intorno alle nuove possibilità di riduzione percettiva dell’immagine creando una ‘silhouette bipolare‘: positivo e negativo si attraggono, vengono assorbiti da due non colori (bianco e nero), concetto di separazione della materia, del filtro della nostra immagine e della nostra capacità di giocare a ricostruire le forme dedotte.

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La poetica e l’estetica nella mostra IMAGINE sono due attenti componenti che vanno ulteriormente approfonditi e ricordano, per purezza di allestimento e per principi euritmici, la celebre mostra Lo spazio dell’immagine che ebbe luogo a Foligno nel 1967.

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