Nel segno di Caravaggio

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Il volume di Stefano Zuffi ci svela un Michelangelo Merisi detto il Caravaggio, rivoluzionario maestro dell’arte italiana da un punto di vista del tutto nuovo. Le opere di questo artista sono infatti qui viste nella loro globalità e non secondo l’abituale sequenza cronologica, che si estende nei due decenni a cavallo del ‘600.
Tra le pagine del libro e di capitolo in capitolo vengono portati alla luce aspetti particolari e nascosti dell’arte del pittore milanese: la ripetizione degli stessi modelli che innescano una sorta di déjà vu, l’adorazione per luccicanti lame e pugnali appuntiti che tramano e si muovono silenti nell’ombra, la fissazione per le teste mozzate, nonché la sorprendente e avanguardistica abilità nelle rappresentazione di nature morte. Eh si, perché accanto al Caravaggio violento, omicida, fuggiasco ed assassino, c’è anche lo straordinario pittore della natura: l’artista ci porta a sentire il profumo di una mela, di una pesca o di un grappolo d’uva ed è capace di restituirci la veridicità del mondo reale attraverso il suo strabiliante trompe l’oeil. Caravaggio è considerato il vero fondatore del genere della natura morta con la sua, in un voluto equilibrio instabile (che ci invita quasi a spingerla per rimetterla a posto), Canestra di frutta (1596), conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano. La bacatura della mela e l’ondulatura delle foglie ritorte sono elementi che rimandano ad una fedele ed impeccabile naturalezza del vero. L’artista eleva un genere reputato minore e lo porta allo stesso livello della pittura di azione, considerata all’epoca la prima nella graduatoria dei generi in pittura. Egli stesso affermò: “vuol tanta manifattura nel fare un quadro buono di fiori come di figure”.
Il personaggio, l’arte, la storia, la vita del Caravaggio (1571-1610) è riassumibile in alcuni dei suoi quadri simbolo e dei loro dettagli.

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A partire dalla Cattedrale di La Valletta a Malta: qui si trova l’unica opera recante la firma del Caravaggio, come se fosse stata tracciata con un dito intinta nel sangue, che scorre dal collo mozzato di un condannato al morte. Un cono luminoso evidenzia l’atto del martirio della Decollazione di San Giovanni Battista (1608).
Per drammaticità della scena l’opera richiama Giuditta e Oloferne (1595-1596), nella quale una luce precisa e decisa mette in risalto i particolari più tetri di un’efferata esecuzione, nella quale si percepisce in modo quasi tattile la tensione fisica del gesto della decapitazione: quest’ultima trova “eco” nel rideau drappeggiato e scarlatto sito sullo sfondo. Il tema della testa mozzata e del sangue, che scorre a fiotti, sembra costituire un Leitmotiv della carriera artistica del pittore. Caravaggio ha scelto ripetutamente soggetti di decapitazione (Davide e Golia, Medusa, Giuditta, il Battista), dapprima involontariamente e successivamente a seguito della pena capitale di decapitazione impartitagli nel 1606, come inquietante trasposizione autobiografica in veste di testimone oculare.
Caravaggio è infatti all’apice della fama, quando, su un campo di gioco nel 1606, uccide (forse per legittima difesa) un avversario di pallacorda e per questo è condannato a morte. E’ costretto quindi a fuggire da Roma e intraprende un viaggio senza fine, che “lambisce” Napoli, Malta, la Sicilia, di nuovo Napoli e che si conclude sulla spiaggia di Porto Ercole, dove il pittore viene (forse) trovato morto (assassinato?) nel 1610.
Ci troviamo dinanzi ad “un’Odissea di un genio tra la fame e la fama”, come ha affermato lo stesso Stefano Zuffi. Non solo: Caravaggio era un mirabile maestro nel fissare i concitati “moti dell’anima” e il loro sottile variare emotivo. Le sue sono delle sperimentazioni di rappresentazioni delle espressioni, caratterizzate da un intenso psicologismo del personaggio, che appare ritratto più che raffigurato come nel suo arguto ed affilato Santa Caterina d’Alessandra (1597), protagonista della copertina del libro di Stefano Zuffi.
Fra le luci e le ombre di una pittura fortemente espressiva, Caravaggio ci invita ad addentrarci nella scena, come se ci coinvolgesse in tempo reale (hic et nunc, qui e adesso), facendo sì che la sua pittura entri nella nostra vita e viceversa. Vi e’ una vera e propria immersione tra le palpabili ombre del quadro e quelle di una realtà quotidiana.
La novità più pionieristica nella pittura dell’artista è infatti la riproduzione di un’appassionata ed impetuosa realtà, presentata senza finzioni ed ornamenti, “rapita” dalla strada e dalla vita di tutti i giorni e ricreata ad hoc nel suo “atelier”; ci troviamo dinanzi ad un vero e proprio “set cinematografico” in cui compaiono cortigiane, garzoni, bari e compagnie ambigue. Caravaggio fece scandalo per la mancanza di decoro e dipinti sorprendenti vennero rifiutati per la traboccante verità o considerati indecenti e bruciati come l’intenso San Matteo e l’Angelo (1599) dipinto successivamente in una seconda versione nel 1602, ritenuta più “amabile” dagli ecclesiastici. Tra i due protagonisti del quadro si intesse un silenzioso dialogo fatto di gesti e sguardi, che catapultano lo spettatore all’interno del dipinto (anche per la presenza di uno sgabello instabile sul quale è seduto San Matteo e che sembra fuoriuscire dal quadro).
Non solo violenza quindi, ma anche amore, dolcezza, abbandono e partecipazione corale di tutte le categorie sociali. Vere e prime nella Storia dell’Arte sono infatti le piante dei piedi sporche e callose piene di fatica, di polvere ed emozione dei pellegrini della Madonna di Loreto(1603-1605), forse il quadro d’altare più forte e più bello che Caravaggio abbia dipinto (cit. Zuffi). La scena prende vita in un clima spoglio ed umile, ma caratterizzato da una forte compassione e partecipazione emotiva: Maria e’ una donna languida ben lontana dall’iconografia religiosa tradizionale. Dinanzi a lei, inginocchiati ai suoi piedi, i due poveri pellegrini con i vestiti sdruciti e sudici mostrano allo spettatore il “primo piano” dei loro piedi nudi e piagati, un dettaglio di grande realismo, ma che venne considerato indecoroso dai contemporanei di Caravaggio. L’artista magnetizza lo spettatore davanti ad un episodio, che ha raggiunto il suo culmine in un atto carico di un commovente pathos.
Lo storico dell’arte Stefano Zuffi è uno studioso del periodo tra Rinascimento e Barocco. E’ autore di oltre cento pubblicazioni tra cui quelle di Michelangelo, Rembrandt, Durer, Vermeer, Tiziano e per l’appunto Caravaggio.
Nel libro edito da Skira troviamo una selezione di cinquanta capolavori riprodotti a pagina intera, analizzati con dettagli zoomati dal vigoroso ed accattivante impatto visivo e commentati dall’autore per filo e per segno in modo discorsivo ed esaustivo.
A corredamento troviamo approfondimenti e curiosità, un’antologia critica, una cronologia ed un indice per localizzare il museo, ove sono conservate le singole opere.
Un libro, che già a partire dalla copertina, attraversa l’anima in un finale del 2018 che si chiude nel…segno di Caravaggio!

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