Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità: dal Musée d’Orsay al cinema. Genesi del film di Julian Schnabel

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Può un film ripercorrere l’immenso turbinio di sentimenti che dà vita alle opere di un artista immenso come Van Gogh del quale tutto è stato già detto, senza inciampare nella ridondanza del già noto?
La risposta è sì se il regista si chiama Julian Schnabel, un pittore che sceglie di raccontare un altro pittore partendo dall’apparente impossibilità di ripercorrere, attraverso un documentario, la potente carica vitale alla base dell’atto del dipingere.
Si origina da questa scintilla Van Gogh. Sulla soglia dell’eternità, il film prodotto da Jon Kilik e distribuito da Lucky Red in associazione con 3 Marys Entertainment, in uscita nelle sale domani, giovedì 3 gennaio. Una storia che trascina lo spettatore in quel momento magico, viscerale e violento che sfugge ad ogni definizione cancellando il tempo, tra la fatica fisica e la dedizione assoluta che caratterizzano la vita di un artista, in particolare quella di un pittore.

Eppure questa esperienza cinematografica così caleidoscopica, che tesse un ritratto del ruolo dell’artista nel mondo, della sua vita e della sua impronta eterna, quanto della bellezza e della meraviglia che Van Gogh ci ha lasciato, nasce da un’occasione.

«Il ritratto di Van Gogh che emerge dal film deriva direttamente dalle mie reazioni ai suoi quadri, non da quello che è stato scritto su di lui» spiega Schnabel. E così il tormentato pittore di Zundert è diventato per il regista, per Jean-Claude Carrière e Louise Kugelberg (suoi cosceneggiatori e co-montatrice), una sorta di prisma attraverso cui riscoprire l’instancabile anelito dell’uomo a esprimersi e a comunicare. Lungi dall’essere una biografia, il film, attraverso un approccio del tutto nuovo, prova piuttosto a immaginare le scene che avrebbero potuto plausibilmente aver luogo, le situazioni nelle quali Van Gogh avrebbe potuto trovarsi, le cose che avrebbe potuto dire, ma che la storia non ha registrato. Tutto ha inizio al Musée d’Orsay dove Schnabel aveva portato il suo amico, scrittore, romanziere e attore Jean-Claude Carrière, per vedere una mostra dal titolo Van Gogh/Artaud: Il suicidato della società”(ispirata all’omonimo libro dello scrittore, poeta e visionario francese Antonin Artaud).
Mentre i due si aggiravano tra i 40 dipinti del percorso – tra i quali Ritratto dell’artista, La sedia di Gauguin, Ritratto del dottor Gachet, Augustine Roulin e Un paio di scarpe – il discorso è caduto sul film, e così l’idea ha improvvisamente preso vita in modo del tutto inaspettato.

«La cosa estremamente interessante per me era l’idea di poter realizzare un film sulla pittura girato da un pittore» ricorda Carrière. È in quel pomeriggio, in quel suggestivo dedalo di capolavori, che Schnabel inizia ad intuire il tipo di struttura del film che avrebbe voluto girare. «Quando sei davanti a singole opere – spiega – ciascuna ti dice qualcosa di diverso. Ma dopo aver visto 30 quadri, l’esperienza diventa qualcosa di più. Diventa la somma di tutte quelle sensazioni messe insieme. L’effetto che volevo ottenere con il film era quello di rendere la struttura tale che ogni evento che vediamo accadere a Vincent potesse sommarsi ai precedenti, come se chi guardasse potesse vivere tutta la sua vita in un momento».

Schnabel e Carrière hanno così cominciato a pensare a come sviluppare la loro intuizione. «Abbiamo iniziato scrivendo insieme e leggendo molto, ma l’idea non è mai stata quella di lavorare su una biografia o di soddisfare le solite curiosità – racconta Carrière -. Quello che ci interessava era che Van Gogh negli ultimi anni della sua vita fosse del tutto consapevole di aver acquisito una nuova visione del mondo, di non dipingere più come facevano gli altri pittori. Offriva alla gente un nuovo modo di guardare le cose, e questo modo di vedere le cose è quello che volevamo mostrare nel film».
Andando con un pittore a vedere i quadri di un altro pittore, Carrière ha avuto modo di trovarsi tra Julian e a Van Gogh.
«Ad un certo punto – racconta – una parte in cui c’erano diversi autoritratti mi ha fatto fermare davanti a quello esposto al Musée d’Orsay, ma molto, molto vicino, diciamo a venti centimetri: lui era ad un lato di Van Gogh e io all’altro, e tutti e tre occupavamo al massimo mezzo metro quadrato. Stranamente ha iniziato a parlarmi di tecnica. Era come se Van Gogh ci stesse ascoltando. Mi è sembrato di sentir battere il suo cuore, di sentirlo respirare in mezzo a noi, provando piacere ad ascoltare quello che un altro pittore diceva di lui. Avevo ottantadue anni e non avrei mai immaginato di poter provare ancora emozioni come quelle davanti ad un quadro».

Ripercorrendo i passi dell’artista e il suo cammino fisicamente faticoso, il film traccia dei percorsi tra i luoghi in cui Van Gogh ha lavorato e vissuto negli ultimi due anni della sua vita: Arles, l’istituto psichiatrico di Saint-Remy, Auvers-Sur-Oise. Ma il film, come spiega il produttore Jon Kilik, è anche «il ritratto di chiunque si sia mai messo a sedere per creare qualcosa, che si tratti di un pittore oppure no».
Partendo da una visione molto personale del regista – che ha debuttato alla regia con Basquiat, seguito da Prima che sia notte, Lo scafandro e la farfalla – il film diventa pian piano un’opera condivisa con gli attori, la troupe, i musicisti, e ovviamente il pubblico.
Per Willem Dafoe – premiato alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia con la Coppa Volpi per il Migliore attore – che si è completamente immerso in Van Gogh, il processo è stato quasi alchemico. «Si potrebbe dire che Willem reciti una parte, ma si potrebbe anche dire che incarna uno spirito» commenta Schnabel.

E anche nella genesi del ruolo da protagonista assegnato a Dafoe non mancano i retroscena. «È l’unico attore che volevo per questo ruolo – confessa Schnabel – e la sua interpretazione, grazie alla profondità della sua esplorazione del personaggio, alla sua fisicità e alla sua immaginazione, è andata ben oltre ciò che c’era scritto nella sceneggiatura». E lui non si è tirato certo indietro. «Una volta nel corso di un incontro, Julian mi ha detto di leggere il libro di Steven Naifeh e Gregory White Smith, Van Gogh: The Life. L’ho letto e ho annotato tutte le cose che mi erano sembrate interessanti, certe citazioni, alcuni piccoli dettagli. Ho mandato le mie note a Julian e quello ha segnato l’inizio della mia partecipazione al progetto. Da lì è partito tutto». E così anche Defoe è diventato pittore. Schnabel lo ha reso tale invitandolo a dipingere realmente nel film a misurarsi effettivamente sul piano fisico, emotivo ed istintivo con le tele, per dar vita sullo schermo a qualcosa di nuovo. Tra le personalità creative di livello, delle quali si pregia la troupe, c’è il direttore della fotografia Benoît Delhomme, il cui stile organico si combinava molto bene con la visione di Schnabel.
Dalla prima volta in cui aveva sentito parlare del progetto, Delhomme avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di farne parte. «Ho pensato che avrebbe potuto essere la mia chance di unire ciò che amo di più: il cinema e la pittura» confessa.
Delhomme ha girato alcune tra le prime riprese da solo in un campo di grano in Scozia. «Ho passato tre giorni nei campi di grano vestito come Van Gogh. Non c’era modo migliore per entrare nella mente di Vincent e prepararmi a girare questo film: con la parte superiore del mio corpo ero Benoit Delhomme e con quella inferiore ero Vincent».

Ed eccolo il film, un caleidoscopio intenso e drammatico che restituisce allo spettatore la struggente bellezza di un genio. In questa produzione il pubblico di Vincent non è ancora nato, ma questo non impedisce all’artista di fare quello che sente di dover fare.
«Quando lo osservi in mezzo ad un campo, sorridente, mentre si butta addosso la terra, non è un pover’uomo. È un uomo che sente di essere al posto giusto al momento giusto, in perfetta sintonia con la vita».

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