L’arte contemporanea è il buco con la mente intorno (spesso è solo il buco)

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Limbo di Kapoor
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Angelo Crespi – Nel 2017 ha pubblicato “Costruito da dio. Perché le chiese contemporanee sono brutte e i musei sono diventati le nuove cattedrali” (Johan&Levi). E “100 anni di arte immonda” (ed il Giornale) Nel 2013 ha pubblicato “Ars attack. Il bluff del contemporaneo” (Johan&Levi). Nel 2014 ha scritto la pièce teatrale “Nerone. Duemila anni di calunnie”. Nel 2015, la commedia “La grande guerra di Mario”. Nel 2016, ha scritto per il teatro la biografia “Dannunzio Segreto”.

La notizia del turista italiano caduto dentro una scultura di Anish Kapoor, e per questo ricoverato in ospedale, ha fatto il giro del mondo, riportata anche su Artslife dall’ottimo Massimo Mattioli.
Anish Kapoor è considerato un grande, uno dei più grandi artisti della contemporaneità, al pari di Jeff Koons, produce opere, spesso pubbliche, che lasciano a bocca aperta, enormi superfici specchianti che riflettono distorto il mondo intorno, oppure tubi lunghissimi, financo 60 metri, dove puoi camminarci dentro al buio e fare oh! oh! oh! come al Luna Park, e questi tubi in ferro hanno titoli accattivanti, per esempio Dirty Corner (molti l’hanno soprannominata la vagina della regina perché esposta Versailles), e tutti gli spettatori si mettono in fila per applaudire, asserviti alla neo lingua che è l’arte contemporanea, un sistema di potere, pur non capendo fingono di capire, per timore di non essere ammessi al consesso degli intelligenti appaiono drammaticamente più stupidi di quanto sono, e si mettono in fila in religioso silenzio oppure gongolanti, oh! oh! oh!, per osannare chi lo sbeffeggia.

L’arte contemporanea è il buco con la mente intorno. Spesso è solo il buco, come nel caso dell’opera “esposta”, per così dire, al museo Serralves di Oporto, davvero una buca profonda 2,5 metri dipita di nero, perché sappiate miei signori che Kapoor, quasi fosse un Klein qualsiasi, ha perfino registrato un colore, di cui è unico proprietario, il blackest black, ovvero il nero più nero, che assorbe il 96,96% della luce… e dunque Kapoor scava in un museo una buca nera nera, dentro la quale ci si può pure cadere dentro, per dire cosa e chissà del mondo non si sa.
Un tempo l’arte si contraddistingueva per la mimesis, cioè per la capacità mimetica di rappresentare e riprodurre il reale al meglio possibile, oggi a quanto pare non c’è distinguo tra la cosa e la realtà, se voglio simboleggiare una buca la scavo: dal cesso di Duchamp in poi non possiamo più separare l’oggetto dall’opera d’arte, anzi qualsiasi vile oggetto può diventare arte, compreso un orinatoio, a maggior ragione una buca, se firmata da Kapoor.
Mi viene in mente la battuta di Schlesinger, il regista del Maratoneta, quando chiese, mentre stava per iniziare a girare una scena, dove fosse il protagonista Dustin Hoffman: “sta correndo intorno al palazzo per immedisimarsi” gli riposero, al che lui di rimando “non bastava che recitasse?”. Ecco, appunto non bastava che Kapoor dipingesse la buca?

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Limbo di Kapoor

 

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