I sette cessi di Roma. Riparare una toilette, appenderci un quadro e farne un’impresa epica

L’assessora Pinuccia Montanari pubblica un video sulla sua pagina Facebook istituzionale, dove racconta di una nuova impresa portata a termine dal Comune di Roma. Sette nuovi servizi igienici riparati, in sette piazze e strade di Roma. E c’è anche l’arte a rendere tutto ancora più straordinario…

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Colosseo

Immaginate il sindaco o un assessore di una metropoli come Londra, Parigi o New York, che annuncia sulla sua pagina Facebook traguardi istituzionali e obiettivi di rilievo: interventi di riqualificazione urbana, accordi con aziende o mecenati, grandi di kermesse sportive e culturali, l’apertura di un cantiere di restauro o del nuovo palazzo di un archistar, l’inaugurazione di una struttura ospedaliera, di un parco, di un incubatore di imprese, la messa a punto di un sistema d’avanguardia per la viabilità, per l’illuminazione, per il risparmio energetico. Buone pratiche che poi altre città minori imiteranno.
Ora provate a immaginare gli stessi amministratori che si mettono a raccontare con enfasi di qualche buca stradale tappata, di un po’ di cassonetti svuotati, di un paio di gabinetti pubblici appena ripuliti. L’ordinaria amministrazione, il cosiddetto minimo sindacale anche per un comune di provincia, divenuti occasione di straordinaria autopromozione. Ridicolo? In Italia no. Nella Capitale d’Italia ancora meno.

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I SETTE BAGNI DI ROMA
Succede – incredibilmente – che la sindaca di Roma Virginia Raggi utilizzi ad esempio il suo profilo pubblico per promuovere gli appuntamenti elettorali del suo partito. Succede che la stessa sindaca faccia un video con l’ex assessora Paola Muraro, esaminando sacchi d’immondizia in un quartiere di Roma, con le manine tra i rifiuti: ispettrici-spazzine al fianco dei cittadini e la soap opera social è servita. Succede che il ripristino di un brandello di manto stradale divenga un fatto eclatante, buono per misurare quanto stia cambiando il vento a suon di migliaia di condivisioni su Facebook, alimentate dall’ormai noto network di pagine e gruppi. E succede che Pinuccia Montanari, attuale assessora alla Sostenibilità Ambientale, comunichi in pompa magna il raggiungimento di “un risultato importante che farà sicuramente piacere a tanti romani e turisti in visita nella nostra città”: la riapertura di sette bagni pubblici, tra Colosseo, Pincio, Castel Sant’Angelo, Piazza Risorgimento, Via di Ripetta, Piazza Garibaldi e Basilica di San Paolo. Utilissimi, per carità. Prima non funzionavano, adesso sì: piccole misure di civiltà, in un Paese ridotto a elemosinare anche l’ovvio e il normale.

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I bagni pubblici del Colosseo
Alcuni di questi erano stati realizzati per l’anno Santo del 2000. Subito dopo erano stati chiusi, per poi venire ristrutturati e riaperti in occasione del Giubileo del 2015, grazie a un cospicuo stanziamento della giunta Marino. Quindi, in assenza di un piano di gestione e scaduti i contratti con AMA – che li aveva in carico -, erano di nuovi rimasti sigillati.
Ma sul serio l’amministratore pubblico di una Capitale europea deve arrivare a vantarsi di una toilette riparata? A un certo punto, viene da pensare, nel totale vuoto amministrativo tutto serve, tutto diventa spunto per imbastire una qualche narrazione, per mettere sostanza. Pure un cesso, in certi casi, fa brodo.

L’Assessore Pinuccia Montanari

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PER FARE PIPÌ NEL BENE CULTURALE SI PAGA
Montanari, dunque, si aggira tra lavandini e water nuovi di zecca, rimarcando che i servizi saranno presidiati dalla ditta aggiudicatrice del bando, al costo di un euro per ogni bisogno. E naturalmente chi faceva la pipì all’angolo continuerà a farla (con olezzi estivi da voltastomaco), poiché la percentuale di persone disposte a pagare è limitata (senza considerare chi in strada ci vive e chi, quell’euro, fa fatica a sborsarlo). Ecco perché a Parigi c’è una grande rete di funzionali toilette pubbliche, gratuite dal 2009: una opportunità che da anni ci sarebbe anche a Roma, se solo la città non avesse bloccato l’attesa riforma della pubblicità, con soddisfazione delle solite lobby: a Parigi sono le ditte dei cartelloni a pagare uso e manutenzione, così il costo non si scarica su turisti già vessati – senza nulla in cambio – dalle più alte tasse di soggiorno d’Italia.
Ma lasciamo Parigi e torniamo a Roma. Nei nuovi “sette cessi” i rubinetti funzionano – li prova l’assessora in persona, nel suo video –, c’è addirittura il fasciatoio per le mamme e la telecamera si sofferma sull’immancabile comparsa in sedia a rotelle, che riesce a transitare agevolmente: le misure della porta sono a norma, signori! Pazzesco.

I bagni pubblici del Colosseo

 

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L’opera di Albani, esposta dentro il bagno pubblico all’esterno del Colosseo

 
QUANDO L’ARTE RIQUALIFICA CON SUC-CESSO
Tutto troppo normale? Eh no. Non manca la ciliegina preziosa, quella che tutto legittima e tutto trasforma in bellezza, meraviglia, impegno culturale. L’arte: dovunque la metti, fa il lavoro suo. Ci voleva un’opera, piazzata su una parete a caso, per restituire a un banale cesso comunale il surplus di senso che mancava. Non un cesso qualsiasi, certamente. Parliamo di quello che serve il Colosseo, dove – grazie a una collaborazione con l’assessore alla Cultura e Vicesindaco Luca Bergamo – viene lanciato un progetto di riqualificazione. Ed ecco Pinuccia Montanari intenta a svelare l’opera dello scrittore, performer e poeta visivo Paolo Albani. Opera esposta “gratuitamente” – quando mai per esporre si paga?! -, definita, con entusiasmo naïf, un “originalissimo quadro d’arte contemporanea”. Davvero. Per non parlare di quell’acrobazia mentale per la quale un cesso, con un piccolo lavoro di Albani (con tutto il rispetto per l’artista e per la location), diventerebbe nientemeno che una “galleria d’arte diffusa”.
Ma il punto non è nemmeno cotanta ingenuità. Il punto è: chi ha scelto l’opera e perché? Di che progetto si tratta? Perché proprio Albani? Esiste un bando oppure l’invito di un curatore? Esiste un comitato scientifico? Esistono un senso, un metodo, un’intuizione? Cosa ci aspetta per le nuove promesse installazioni in altri bagni, magari anche nelle metro? Davvero, con la meraviglia di Napoli a un’ora di treno, si vuole procedere a “decorare” le derelitte stazioni della metropolitana di Roma con questo approccio?

L’opera di Albani, esposta dentro il bagno pubblico all’esterno del Colosseo
UNA STORIA DI SUCCESSO
Sarà anche solo un bagno, d’accordo; ma sempre di spazio pubblico si tratta. E sempre di un’opera d’arte, presentata come il solito cammeo che esalta, risolve, legittima, illumina, giustifica. Dalla classica periferia degradata, in cui simulare un percorso di riscatto a suon di murales qualunque, al bagno pubblico tramutato in occasione di marketing politico, l’arte arriva sempre a fare quel che non dovrebbe, quel che non meriterebbe: decorare, nel senso meno interessante del termine.
E alla fine pare che lo stesso Albani – ironico artista “patafisico” – si sia un po’ messo a scherzare, giocando con la situazione. Il quadro simil-concettuale appeso all’interno altro non è che una scritta bianca su fondo nero, con un eloquente dettaglio: la prima C è stata sovrascritta, in sostituzione di una L ribelle, scivolata via. Didascalico, pittoresco, di cattiv gusto? Del resto, in un posto così, non si può che stare “SUL CESSO”. Ed è, per l’amministrazione capitolina, per la giunta Raggi, per gli assessori Montanari e Bergamo, un nuovo, straordinario, “SUCCESSO”. Non sarà Cattelan, non sarà il water d’oro del Guggenheim di New York, ma la burla c’è e ci sta tutta.
Roma e l’arte pubblica? Nell’attesa di nomi internazionali, di grandi progetti, di strategie e budget degni di nota, ci si accontenta: dopo l’imponente Melagrana bronzea che impallava il Colosseo, pagata da Bocelli, arriva il calembour del gabinetto. Improvvisazione a costo zero, salvo per chi deve far pipì.

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