Biennale d’arte di Venezia, il mondo magico e mistico del Padiglione Italia

La sezione dedicata all’Italia, «Il mondo magico», è un viaggio alla fine dei tempi
Tre gli artisti esposti: Roberto Cuoghi, Giorgio Andreotta Calò e Adelita Husni-Bey
Il ritorno della grandeur francese alla Biennale di Stefano Bucci
Biennale d’arte di Venezia, al centro gli artisti di Pierluigi Panza

dal nostro inviato a Venezia
Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi, opera per il Padiglione Italia della Biennale (foto Afp)
Imitazione di Cristo di Roberto Cuoghi, opera per il Padiglione Italia della Biennale
(foto Afp)
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«Vivo, ma son morto; son vivo solo per dirti che son morto», sussurra Romeo al cugino Benvolio nella veronese tragedia shakespeariana. Anche nel Padiglione Italia della 57ª Biennale intitolata Viva Arte Viva l’arte è viva solo per parlare della morte.

C’è proprio tutta l’Estetica del sublime di Burke, quella del terribile come piacere che supera il bello, quella dello stupefacente come sensazione che sbaraglia i sentimenti suscitati dall’armonia nel Padiglione curato da Cecilia Alemani per conto del ministero dei Beni e delle attività culturali. E c’è anche tradizione latina e cattolica.

Il mondo magico, titolo ispirato a quello di un libro dell’antropologo Ernesto de Martino (1908-1965), è un inquietante viaggio mistico alla fine dei tempi e dello spazio. Tre soli artisti: il primo e l’ultimo, Roberto Cuoghi e Giorgio Andreotta Calò, offrono uno shock che sconvolge l’anima e la inquieta, che è il fine dell’arte. Quello in mezzo, Adelita Husni-Bey, presenta invece filmati politically-correct globalisti frutto di un workshop svoltosi a Manhattan: ma l’arte è espressione, non spiegazione o inchiesta.

L’Imitazione di Cristo di Cuoghi è un viaggio in un plastico tunnel infernale per cercare il «vero» volto e corpo del Salvatore dopo la morte. Il titolo è preso dal libro del mistico ispiratore dei Rosacroce Tommaso da Kempis (1380 ca.- 1471). Come possono essere viso e corpo di Cristo nell’agonia e nella morte? Cercò una risposta, con altrettanta ossessione, Francisco de Zurbarán (1598-1664) che dipinse tutta la vita le sue Santa Faz («Sacro volto»). Cuoghi lo fa «attraverso un procedimento materialistico e tecnologico», spiega la curatrice. Prepara in un’officina appositamente allestita dei corpi composti con una sostanza gelatinosa chiamata agar-agar. Quindi li sottopone (alla vista del visitatore) a un processo di decomposizione come fossero corpi umani. Un primo sistema per ottenere la decomposizione, spiega la biologa Elisa Garuglieri che assiste l’artista, è quello dell’asciugatura con il natron, un sale già usato dagli Egizi per le mummificazioni. L’altro sistema è quello della liofilizzazione attraverso una macchina. I corpi preparati vengono infornati in una liofilizzatrice per subire una trasformazione opposta a quanto fatto per Ötzi, l’uomo di Similaun (5.300 anni), spiega Roberto Brutti, che lo ha avuto in cura. «La macchina asciuga la materia, come può avvenire anche per i corpi umani, che sono composti per il 70% da acqua». Tanto che una azienda norvegese già profilerebbe una simile mummificazione per ciascuno di noi al costo di qualche migliaia di euro.

L’immagine di Cristo esce a brandelli da quest’infernale processo; ma il suo corpo ferito e asciugato ha una terribile forza di richiamo quando viene appeso alla parete che chiude questo obitorio, questa «Isola dei morti».

Passati i video-tarocchi di Husni-Bey (sfruttamento della Terra, minaccia tecnologica…), si penetra in una foresta di ponteggi inox che la «diritta via sembra smarrita». In fondo, nel buio, una scala appare al viandante: «Il varco è qui», scriverebbe Montale? Sali, ti affacci e l’universo mondo compare al rovescio nell’installazione di Giorgio Andreotta Calò. È una vecchia architettura o sono delle ombre? È la Terra capovolta, la bocca del vulcano che sprofonda verso gli inferi, il mondo del Cappellaio matto… Non sveliamo il mistero che pian piano si dissolve agli occhi dei visitatori. I quali, non più sopraffatti nei sensi dall’effetto inaspettato della visione, potranno uscire nel Giardino del Padiglione (non allestito) alla tiepolesca luce veneziana che, se fosse di notte diremmo «a riveder le stelle».

Il 12 maggio arriverà il ministro Dario Franceschini a inaugurare ufficialmente il Padiglione, che certo non rappresenta una sintesi dell’arte italiana, ma ne offre una sublime rappresentazione.

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